A meno di quaranta chilometri dal litorale adriatico, nell’alta Val Marecchia si possono incontrare vasti e suggestivi castagneti secolari, luoghi molto animati in questo periodo dell’anno da raccoglitori di castagne, funghi e tartufi, e da gruppi di escursionisti.
I castagneti non si trovano distribuiti in modo uniforme su tutto il territorio, ma localizzati dove esistono le condizioni idonee, cioè vicino alle “rupi” di origine arenacea, come quella del monte Pincio, che appaiono quasi all’improvviso non appena si lascia la coltre argillosa che caratterizza la vallata.
Questi boschi rappresentano una grande ricchezza paesaggistica e ambientale della vallata, oltre ad essere memoria tangibile del secolare legame tra l’uomo e questa pianta.
Il Castagno – originario probabilmente dell’Europa Orientale e dell’Asia Minore – può essere oramai considerato pianta indigena in Italia, dove è coltivato da tempo immemorabile: i Romani lo diffusero sulle Alpi, sull’Appennino settentrionale, poi negli altri Paesi europei; gli ordini monastici lo introdussero capillarmente sulle nostre colline.
Prima dell’introduzione della patata, la castagna era la risorsa alimentare essenziale dei paesi con terreni silicei e poveri dalla Francia meridionale all’Italia; per molti secoli fino a tempi piuttosto recenti  è stata infatti il principale alimento delle popolazioni montane al posto del pane e spesso della carne, tanto che ha meritato l’appellativo di “ Albero del pane “ . Vi sono associate tante tradizioni, tecniche e pratiche, paesane e domestiche, che si può parlare di una vera civiltà del Castagno.
L’esodo dalle campagne verso i centri urbani, avvenuto nel dopoguerra, è stato una delle cause determinanti la riduzione della produzione di castagne. Contemporaneamente a questo fenomeno sociale,  si è verificata la comparsa di malattie come il male dell’inchiostro e il cancro corticale, o di parassiti come il Cinipide galligeno (o vespa cinese), che hanno contribuito, in misura massiccia, alla diminuzione sia della produzione di castagne che della superficie destinata a castagneto.
La nostra passeggiata di Domenica 23 ottobre parte da Perticara, da dove inizia un ampio sentiero in mezzo ad un bosco di Cerri e Pini neri, accompagnato da cartelli illustrativi che raccontano le caratteristiche delle specie che incontriamo. Lungo il percorso anche alcune sculture in pietra e in metallo.
Nel sottobosco incontriamo tappeti di Pulmonaria dalle belle foglie maculate, Geranium nodosum ancora in fiore, Geranium sanguineum, Hellebori ed alcuni Polygonatum con le bacche nere; nelle zone più esposte ed aride alcune specie non molto comuni, come la Petrorhagia saxifraga, una piccola tappezzante dai minuscoli fiorellini rosa, l’Eryngium amethystinum – ormai secco ma con ancora alcune tracce dell’inconfondibile tonalità blu sulle brattee spinose – l’Artemisia abrotanum, la Ruta graveolens ed anche qualche Festuca glauca dai begli steli azzurrini.
Il sentiero si snoda in un bosco misto di Carpini, Querce, Frassini e Castagni con improvvise aperture sul bel paesaggio collinare e sulle rocce dalle forme suggestive.
Finalmente arriviamo al castagneto Belloni, frequentatissimo da raccoglitori di castagne,  famiglie con bambini ed escursionisti a piedi o in mountain bike; purtoppo le caldarroste sono quasi finite, ci accontentiamo di sgranocchiarne qualcuna riposandoci sotto i castagni. Alcuni alberi sono veramente monumentali, i tronchi contorti e scultorei.
La passeggiata volge al termine, ma dobbiamo ancora affrontare la discesa – a tratti avventurosa ! – verso Talamello, dove pranzeremo
Nel pomeriggio si visita il Museo minerario di Perticara, uno dei primi significativi esempi di archeologia industriale in Italia.
Il museo documenta la storia dello sfruttamento minerario del territorio, che comincia a partire dall’epoca romana – e probabilmente fin dalla tarda età del bronzo – fino agli inizi degli anni ’60 del secolo scorso, quando le miniere furono dismesse.
Nelle sale sono esposti campioni di minerali provenienti da vari paesi, bellissimi cristalli  di zolfo dal caratteristico colore, attrezzi per lo scavo e la raccolta del prezioso minerale, foto che documentano il duro lavoro dei minatori e il processo di lavorazione dello zolfo nella sua evoluzione durante i secoli passati.
L’apice dell’attività estrattiva si raggiunse verso la fine degli anni ’30, poi iniziò un lento declino per la concorrenza di paesi esteri più competitivi; oggi il Museo raccoglie la memoria di generazioni di minatori che, con un lavoro durissimo e pericoloso, hanno contribuito allo sviluppo del comparto chimico italiano ed all’economia di questa regione.
Al termine della visita nel tardo pomeriggio, riattraversando le morbide colline della Val Marecchia, si rientra alla base.

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